Perché esistono contesti giuridicamente privati che muovono cifre consistenti che derivano da donazioni ed eredità finalizzate, nelle intenzioni dei donatori, ad elevare moralmente la Società e ad alleviare i patimenti di quello che è definito, burocraticamente, “oggetto sociale” quando invece è fatto di sofferenze umane, animali, ambientali. E non c'è niente di più abbietto e meschino di chi - magari professandosi filantropo, volontario e rappresentante di chi ci crede veramente aderendo in modo spontaneo e gratuito – su quel sistema ci campa con metodi torbidi, dalle triangolazioni alle finte rappresentanze affidate a mute ed intangibili “teste di legno”, trincerandosi dietro la privacy appena scoperto con le mani nella marmellata.
E in questo teatrino già squallido, dove meschini ladri di bontà e buone intenzioni che attingono a piene mani dal mondo del “no profit” si nascondono dietro la privacy, arriva la scoperta di un’ovvietà, almeno per chi non viene dalla montagna del sapone: la complicità dei controllori.
Partendo da singoli DPO (Data Protection Officer, i responsabili della protezione dei dati nelle singole organizzazioni) fino al vertice dei garanti nazionali - come sembrano dimostrare le indagini di Report - è tutto un fiorire di utilizzo di queste funzioni non per proteggere dati, ma per acquisire potere, spostare consensi, colpire avversari con pretestuosa lana caprina estratta da Codici Etici a comando e "ad personam".
Per essere credibile, in ogni organizzazione questa funzione dovrebbe essere esercitata CON TERZIETA’ e quindi non dovrebbe coinvolgere chi scrive le regole, chi le fa applicare, chi ne indirizza la gestione. Questo dovrebbe essere banale regola in un qualsiasi contesto “per bene”, ma evidentemente molti, perbene, non lo sono.

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