Fare il volontario è una missione, uno stile di vita che ce l'hai o non ce l'hai, nel DNA. Quante persone conosco che mi hanno chiesto "ma quanto ti danno? Nulla? E chi te lo fa fare?"
Appunto, facciamoci questa domanda. Dedicare tempo libero, soldi e risorse in modo disinteressato ad una causa è un valore aggiunto inestimabile che non può, non deve essere in nessun modo confuso con chi ne fa un lavoro, spesso con scorciatoie amicali e familistiche che bypassano i concetti di competenza, affidabilità, selezione propri del mondo del lavoro. Altrimenti diventa un gioco delle tre carte dove uno dà, uno fa la bella faccia e l'altro, da sotto, prende lasciando il tavolo vuoto.
Essere pagati per una causa e da chi ne fa bandiera è di per sè legittimo, ma è un dovere morale ed è base per la credibilità stessa di un'organizzazione sapere nomi e cognomi di questi privilegiati, quanto prendono e soprattutto in base a quali criteri sono stati individuati in una scelta che dovrebbe, in ogni caso, essere largamente condivisa.
Altrimenti il volontariato diventa paravento, patina sociale sotto la quale si cela e si replica all'infinito un sistema feudale di amici degli amici, dove la beneficenza ai derelitti servi della gleba è solo un sistema per soggiogarli ancora di più.
In una sana organizzazione di volontariato NON SI UTILIZZANO i volontari come forza lavoro al servizio di pochi caporioni, ma sono i volontari a dover avere gli strumenti per decidere, indirizzare, valutare il buon lavoro o meno erogato. In questo contesto i lavoratori devono essere limitati allo stretto necessario per dedicare alla causa il massimo delle risorse e, questi fortunati, essere al rispettoso servizio di chi spende una moneta preziosissima che si chiama sacrificio ed ha come unica motivazione il mettersi a disposizione, senza il minimo conflitto d'interesse.
Che sia quindi un'ottima giornata dei volontari, quelli veri.

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